Archivio di Febbraio 2010
L’identità dell’Amiata oggi
Sabato, 27 Febbraio 2010Il Sindaco on. Claudio Franci interviene sulle pagine del Corriere dell’Amiata sul tema dell’identità dell’Amiata oggi.
Mario Papalini nei suoi articoli di fondo del Corriere, ci pone interrogativi,rilancia la palla in campo,affida alla capacità degli amministratori l’indicazione di un progetto di governo che disegni l’Amiata del futuro; a questo confronto non intendo sottrarmi. Vorrei porre all’attenzione alcuni punti sui quali sviluppare la ricerca ed il dibattito.
Parto dall’identità del territorio. Qual’è oggi l’identità dell’Amiata?
Conosciamo abbastanza bene ciò che si è sviluppato nel corso del Novecento,i processi che ci hanno unito, i valori che hanno plasmato la nostra Comunità, ma sono sufficienti per capire il presente ed affrontare il futuro? Io penso di no. Forse occorre indagare su quanti cambiamenti si sono prodotti negli ultimi venti anni e come hanno modificato la nostra società.
Provo ad indicarne alcuni.
L’agricoltura, le produzioni di qualità,l’agriturismo hanno cambiato la natura dell’impresa agricola,hanno cambiato le relazioni sociali del singolo agricoltore ed il modo di approcciare il mercato;si è determinato un cambiamento radicale nel fare impresa sia dal punto di vista economico,sia da quello culturale .
La fine di una massiccia presenza di operai e lavoratori nel settore pubblico,dalla forestazione,alla Sanità, alla Pubblica Amministrazione ha ridisegnato un’organizzazione economica nella quale trovano spazio singole imprese,associazioni del volontariato,un nuovo movimento cooperativo legato ai servizi.
Si è inoltre rafforzato un sistema imprenditoriale nell’agroalimentare, ha conquistato nuovi spazi nella meccanica, e si è rimodellato nei settori delle attività storiche legate all’edilizia,che per essere competitive, hanno assunto la dimensione di piccole e medie imprese,con un’attenuazione delle attività specificamente artigiane.
L’immigrazione agisce in maniera determinante nell’organizzazione del lavoro, in agricoltura, nell’edilizia, nell’assistenza agli anziani ed alla famiglia.
Una presenza di singoli soggetti che mette in campo, oltre ai lavori oggi considerati marginali, piccole imprese in agricoltura , nell’edilizia ed interagisce con le famiglie attraverso le forme di assistenza agli anziani etc….
Sono solo alcuni dei cambiamenti che incidono profondamente nella nostra comunità, ne rimotivano le funzioni economiche , ridefiniscono le relazioni economiche e sociali ed introducono forti cambiamenti culturali che plasmano ogni giorno la nostra identità.
E’ in questo processo che agisce oggi la crisi più generale, scompone questo quadro e ne proietta un altro tutto da leggere e ridefinire.
Di fronte alla crisi si accentuano le difficoltà di alcuni territori nei quali il sistema imprenditoriale è più debole e più difficile è individuare le opportunità di sviluppo futuro. La crisi chiama di nuovo in causa il sistema dell’organizzazione delle imprese,penso all’agricoltura ed alla meccanica oggi in maggior sofferenza, ponendo il problema dell’ innovazione e della qualificazione.
L’incertezza di futuro ,che trasversalmente percorre l’organizzazione sociale dagli anziani,ai giovani, alimenta paure che cambiano i comportamenti,la percezioni degli eventi e modifica la partecipazione alla vita sociale.
In questo contesto fondamentale è il ruolo che le pubbliche amministrazioni debbono svolgere. Nell’orientare gli investimenti,nell’incentivare nuove opportunità a partire dallo sviluppo delle energie alternative,nell’agire per rafforzare i legami di solidarietà delle popolazioni,nel fornire servizi all’altezza delle sfide che abbiamo davanti,nel costruire una cultura ed un sentire comune senza il quale è a rischio la tenuta della convivenza civile.
Se questi sono i compiti che abbiamo davanti è sufficiente un lavoro quasi solitario degli amministratori e della politica,(o ciò che è rimasto di essa), oppure la sfida chiama in causa le classi dirigenti di questo comprensorio ed il loro contributo è parimenti fondamentale?
Se è vero,come è vero, che le classi dirigenti sono formate da tutti coloro che con il loro dire ed agire contribuiscono in ogni campo a determinare orientamenti,al formarsi di decisioni ed atti,allora la politica,gli amministratori,rappresentano una parte di essa e spesso neppure quella maggioritaria,anche se dispongono strumenti in grado di agire complessivamente nell’organizzazione della società.
Sottolineo questo perché a mio avviso è giunto il momento da parte di tutti,dirigenti di organizzazioni,professionisti,operatori culturali,quella classe dirigente diffusa cioè,di essere meno pigri.
L’Amiata è oggi di fronte ad uno dei passaggi più difficili della sua storia.
Deve ridisegnare il suo sistema istituzionale,deve proiettarne l’organizzazione pensando a ciò che sarà fra dieci – venti anni; l’identità alla quale ci richiamiamo va declinata rispetto ai cambiamenti avvenuti negli ultimi ventennio e dovrà aiutarci ad includere i processi nuovi che sono in atto, dovremmo mettere in campo scelte economiche capaci di offrire una sponda al sistema imprenditoriale oggi in difficoltà e non dobbiamo dimenticarci dei giovani e del loro percepire ed intendere il futuro nella nostra comunità. Per essere all’altezza della situazione occorre che ognuno faccia la sua parte, senza pigrizie appunto,ma mettendo in campo la ricerca,gli approfondimenti,le conoscenze necessarie per affrontare questa nuova fase della vita dell’Amiata , in un sistema economico,sociale e culturale globalizzato. Un confronto collettivo,anche aspro, è sicuramente necessario e non più rinviabile:La pigrizia potrebbe farci scivolare nella rivendicazione di singoli interessi, comunque importanti, nella ricerca di scorciatoie, nella rivendicazione di campanilismi, che potrebbero far smarrire un disegno comune di appartenenza e crescita. E’ un rischio che non possiamo permetterci e scongiurarlo è un compito che riguarda il complesso degli attori in campo.
Claudio Franci
Sindaco di Castel Del Piano
sindaco@comune.casteldelpiano.gr.it
Festa dei falegnami
Lunedì, 1 Febbraio 2010
Duecento anni fa nacque a Castel del Piano un’associazione spontanea, che fu la prima del paese. Quella dei legnaioli che nel corso del tempo, verso la fine del 1800, si organizzarono in una vera e propria “Società”. Correva, dunque, l’anno 1805 e il paese, come tutto il resto della nazione, non conosceva forme di aggregazione organizzate. Infatti le cosiddette società operaie con tanto di Statuto e regolamenti cominciarono a nascere soltanto dopo l’Unità d’Italia. Ma il primo germe della società dei falegnami esisteva anche prima. Forse perché fortissima e con radici profonde era la tradizione di questo mestiere, come attestano relazioni e testimonianze ufficiali e d’archivio a partire dal 1500. Forse perché la miseria e il bisogno richiedeva che i soci si dessero una mano quando lo esigevano la necessità e le difficoltà. Forse anche perché era più sentito di oggi il rapporto con le istituzioni religiose che grazie a feste e ricorrenze riuscivano a tenere un collegamento solido fra mondo laico e chiesa. Uno statuto vero e proprio della società non esistette quasi sicuramente, fino alla fine del 1800. Ma nel quaderno delle memorie della società si legge che “fra i soci vigeva e vige la norma non scritta su carta ma incisa profondamente nella coscienza di ciascuno, di scambiarsi collaborazione, strumenti e servizi. Noi, si legge nel quaderno, abbiamo ereditato un patrimonio morale, artistico ed umano di alto valore”. I legnaioli, come allora si definivano i falegnami, festeggiano la loro ricorrenza il 23 Gennaio, giorno dello sposalizio di Maria Santissima e di Giuseppe falegname e hanno scelto di celebrare la Messa nell’Oratorio di San Giuseppe, dove, appunto, dal secolo XVII è ospitato il quadro raffigurante le nozze sacre, opera di Francesco Nasini. La memoria del giorno del matrimonio fra Maria e Giuseppe, è passato anche nella simbologia della festa dei legnaioli, i quali, infatti, chiudono il pranzo con l’abitudine di consumare il biscotto incrociato, che è simbolo, appunto di matrimonio e che si chiama, infatti, secondo un’antica tradizione “biscotto della sposa”. Non si giustificherebbe altrimenti, infatti, l’uso dei falegnami di consumare questo alimento così speciale. Questa particolarità dimostra, dunque, che la consuetudine a ritrovarsi, per i falegnami aveva ed ha ancor oggi un significato morale e profondamente religioso, perché addirittura il cibo ha una simbologia mistica. Come mistica fu, nel 1900, per l’Anno Santo, la costruzione, da parte dei falegnami, di un paliotto da esporre nella predella dell’altar maggiore della Chiesa di San Giuseppe il 23 gennaio e il 19 marzo. Un paliotto di squisita fattura intagliato a mano ed esempio di arte e di manualità di altissimo livello. La notizia sia degli autori che dell’opera, ci viene fornita da un abitante del paese, Pietro Mantiloni, che visse a cavallo del sec. XIX e XX e scrisse un diario manoscritto a partire dal 1896, annotando, anno dopo anno, fino al 1913, data della sua morte, che ogni 23 gennaio è stata celebrata la festa dei legnaioli. Mantiloni, dunque, nel 1896 scrive così: “23 gennaio, Sposalizio di Maria Vergine. Fu celebrata la solenne festa dai legnaioli, consueta degli altri anni. Ma quest’anno fu celebrata più solenne e vi era anche la musica del paese, la quale assisteva alla Messa cantata del vespro e rallegrava il paese”. Ma nel 1900, in occasione dell’Anno Santo, lo stesso Mantiloni si dilunga assai a descrivere le iniziative dei falegnami e scrive così: “Il 23 Sposalizio di San Giuseppe. Questa festa per antico viene celebrata dai falegnami del paese. Ora è diversi anni che hanno formato una società ed è presidente Marchini Giuseppe fu Noè che è maestro di banda. Quest’anno, uniti insieme, stabilirono per memoria di fare un davanzale o paliottoliere a l’altare maggiore, come ricordo dell’Anno Santo, tutto lavoro di mano artistica dai signori seguenti falegnami: Giovanni Marchini e figlio fecero i mensoloni di noce intagliati e lustrati a specchio con colore naturale. Luigi Tirinnanzi e Giuseppe Basili fecero la base e cimatura con legno di cipresso e cornici riportate di noce nero e un riporto di castagno per socializzarlo. Borgoni Prudenzio e figlio fecero lo specchio di mezzo con suo relativo ovale e cornice dell’ovale e i 4 fregi dello specchio. Orazio Marchini fece il fiore dell’ovale con altro ovale dove sono scritte le memorie. Il Presidente Giuseppe Marchini spartì il lavoro a tutti, fece la cornice per lo specchio, il fregio delle cimate e due rosoncini sopra i mensoloni, montò tutto il paliotto e lo compì conforme al suo disegno scelto fra gli altri. Il socio Pacagnini Giuseppe, promotore del suddetto lavoro stimolò e molto si occupò perché venisse ad effetto il suddetto davanzale e trovò tutto il legname per carità, poi si tassò per la cassa di Lire 1. Il resto dei soci falegnami si tassarono chi più e chi meno secondo la sua possibilità a vantaggio della cassa. Quelli che hanno lavorato hanno calcolato il suo lavoro prezzando quato avevano lavorato per la società. Il 23, parata a drappi di seta tutte le parti principali della chiesa di san Giuseppe, e fatto bellissimo ammaio, esposto la reliquia di san Giuseppe, fu fatta la seguente festa. La sera del 22 fu acceso tutte le lumiere e i biticci, restando con grande ammirazione tutto il popolo. Fu cantata la compieta maggiore. All’alba del 23 principiò la prima messa e seguitarono una dietro all’altar maggiore tutti i sacerdoti del paese. Alle 11 Messa cantata in musica con strumenti musicali, cioè con orchestra poi solenne Vespro e la sera litanie in musica accompagnate con l’armonium del socio Orazio Marchini e furono cantate dai ragazzi del paese. Fu solenne, fu splendida, fu decorosa, fu bella, fu di soddisfazione e di ammirazione a tutto il popolo.”. Mantiloni, annota che la festa continua negli anni seguenti: 1901, 1902, 1904, fino al 1913. Presumibilmente essa fu ridotta o interrotta nel periodo delle guerre, ma ripresa poi con costante fervore passata la burrasca bellica e durata fino al 2005, anniversario che celebra 200 anni di vita di questo solido gruppo di lavoratori e artisti del legno.